La Chain of Title nell’era dell’AI. Perché film, serie TV e campagne pubblicitarie rischiano una nuova crisi dei diritti.

Gianpaolo Todisco - Partner

Per decenni, nel settore audiovisivo e pubblicitario, il concetto di chain of title ha rappresentato una regola semplice quanto fondamentale: ogni diritto utilizzato in un progetto deve poter essere ricondotto, senza interruzioni, al suo legittimo titolare. Sceneggiature, musiche, fotografie, opere grafiche, interpretazioni artistiche, marchi, format e diritti editoriali devono essere tracciabili, autorizzati e contrattualmente coperti.

Oggi, però, l’introduzione massiva dell’intelligenza artificiale generativa sta mettendo in crisi proprio questo principio. E il problema non riguarda soltanto il copyright. Riguarda la finanziabilità dei progetti, la distribuzione internazionale, le garanzie assicurative, le piattaforme streaming e, in prospettiva, la stessa commerciabilità delle opere creative.

Nel mondo media e entertainment, la chain of title è la documentazione che consente di dimostrare la legittima titolarità dei diritti necessari per sfruttare un’opera. In altre parole, chi produce un film o una serie deve poter dimostrare di avere acquisito correttamente tutti i diritti relativi ai contenuti utilizzati. Tradizionalmente, questo processo si fonda su contratti di cessione, opzioni, liberatorie, licenze e autorizzazioni rilasciate da autori, artisti, editori e produttori. L’obiettivo è evitare che, anni dopo l’uscita di un’opera, emerga un soggetto che rivendichi diritti non autorizzati o utilizzi non consentiti.

Con l’AI generativa, però, questa linearità inizia a scomparire.

Molti sistemi di AI vengono addestrati su enormi quantità di dati provenienti dal web: immagini, fotografie, illustrazioni, script, voice samples, articoli, contenuti audiovisivi e materiali protetti da copyright. Nella maggior parte dei casi, chi utilizza questi strumenti non ha alcuna reale conoscenza dell’origine dei dataset, delle eventuali licenze esistenti o delle modalità con cui i contenuti sono stati raccolti. Questo crea un problema radicale. Se un contenuto generato tramite AI incorpora, replica o richiama elementi protetti provenienti dai dati di training, la filiera dei diritti rischia di diventare opaca o addirittura indimostrabile. E nel settore audiovisivo questa opacità rappresenta un rischio enorme.

Uno degli equivoci più diffusi consiste nel ritenere che il semplice utilizzo di una piattaforma AI attribuisca automaticamente all’utente piena titolarità giuridica dell’output. In realtà, la situazione è molto più complessa. Occorre distinguere tra la titolarità dell’output, le condizioni di licenza della piattaforma utilizzata, i diritti eventualmente esistenti sui dataset di training e i diritti di terzi che potrebbero essere richiamati dal contenuto generato. Inoltre, in molte giurisdizioni, inclusi diversi orientamenti europei e statunitensi, un contenuto puramente generato da AI potrebbe non beneficiare nemmeno della piena protezione autorale, in assenza di un contributo creativo umano sufficientemente qualificato.

Questo significa che un producer potrebbe trovarsi con un’opera difficilmente proteggibile, con diritti incompleti o, peggio ancora, con una chain of title non pienamente verificabile.

Nel mondo audiovisivo internazionale, quasi nessuna distribuzione rilevante avviene senza copertura Errors & Omissions(E&O). Le assicurazioni E&O servono a coprire violazioni copyright, utilizzi non autorizzati, diffamazione, invasioni della privacy e contestazioni sulla titolarità dei diritti. Il problema è che molte compagnie assicurative stanno iniziando a trattare i contenuti AI-generated come aree ad alto rischio. In alcuni casi vengono richieste disclosure specifiche sull’utilizzo dell’AI, verifiche sui workflow creativi o limitazioni di copertura relative a determinati strumenti generativi. Lo stesso fenomeno si sta verificando con broadcaster, streamer e distributori internazionali, che iniziano a pretendere garanzie contrattuali sempre più dettagliate sull’origine dei contenuti e sull’assenza di training illecito.

In pratica, la tradizionale due diligence IP si sta trasformando in una vera e propria due diligence tecnologica.

L’impatto dell’AI non riguarda soltanto immagini o materiali promozionali. Le aree più sensibili includono sceneggiature sviluppate con strumenti generativi, concept art AI-generated, storyboard, voice cloning, doppiaggio sintetico, ricostruzioni digitali di interpreti e musiche generate tramite modelli addestrati su cataloghi preesistenti. In ciascuno di questi casi emergono interrogativi nuovi e complessi. Chi è l’autore effettivo dell’opera? Quali diritti devono essere clearance? Quali consensi sono necessari? L’output può essere sfruttato commercialmente senza rischi? La piattaforma AI può riutilizzare gli input forniti dal producer? Esistono limiti sindacali o contrattuali rispetto all’utilizzo di performer sintetici o voci artificiali?

Sono domande che fino a pochi anni fa semplicemente non esistevano.

In questo scenario, il contratto torna ad assumere un ruolo centrale. Le produzioni più strutturate stanno già introducendo clausole dedicate all’utilizzo consentito degli strumenti AI, agli obblighi di disclosure, alle garanzie sulla liceità dei dataset, all’allocazione del rischio IP e agli obblighi di indennizzo in caso di contestazioni. Anche le agenzie creative e le case di produzione pubblicitaria stanno iniziando a rivedere profondamente i propri modelli contrattuali.

Perché il vero rischio non è soltanto la possibile violazione di un diritto. Il vero rischio è non riuscire più a dimostrare con certezza l’origine legittima dell’opera.

Per anni il settore media si è concentrato soprattutto sulla creatività. Oggi, invece, il valore economico delle opere dipende sempre più dalla loro tracciabilità giuridica e tecnologica. Nel prossimo futuro, la capacità di dimostrare come un contenuto è stato creato, quali strumenti sono stati utilizzati, quali dataset sono coinvolti, quali diritti sono stati clearance e quali contributi umani sono intervenuti diventerà probabilmente parte integrante del valore stesso dell’opera.

La chain of title, da semplice formalità documentale, sta evolvendo in un sistema complesso di verifica dell’origine creativa. E l’intelligenza artificiale rischia di trasformarla nel nuovo centro nevralgico del contenzioso media internazionale.

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